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Indice

  • 15 agosto 2026 - Verona: mia bella stronza città!
  • 11 agosto 2026 - Così si diventa quando si nasce bastardo e si cresce da selvaggio!
  • 10 agosto 2026 - L'eredità
  • 06 agosto 2026 - L'ultimo esame
  • 05 agosto 2026 - Storia e ponti della mia città
  • 04 agosto 2026 - Un ricordo pisellino
  • 15 luglio 2026 - Vaffanculo!
  • 22 luglio 2026 - Per senso del dovere
  • 31 maggio 2026 - Dice la Chiesa

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    Verona, Ferragosto 2026

    Verona: mia bella stronza città!

    Dal tuo grembo, bella Verona,
    Sono uscito: lo dice Frà Bernardino;
    Con la benedizione di Padre Pio.
    In una casa per donne “poco di buono”
    Lì, sono nato io!
    Come una madre mi hai nutrito,
    Tanto di latte erano abbondanti
    Le tue poppe, da tempo come farfalle.
    Con la tua bionda genuina bellezza
    Mi hai reso colto e gentile,
    Ma, considerati i natali,
    Anche aspro, tagliente e scurrile:
    Così, ho difeso la mia vita.
    Nel tuo an-sio-so fiume
    Mi sono specchiato: è stata la fine!
    Lì, ho conosciuto Narciso!
    Dentro le tue acque
    Ho immaginato il mio futuro d'artista.
    Tra le tue sponde
    Ho traghettato i miei sogni.
    Nella tua corrente
    Ho versato lacrime di dolore,
    Di amore e di speranza;
    E ho versato lì dentro la mia gioia
    Con tanto del mio sesso disperato.
    Cercavo riparo tra gli alberi,
    Che gli alberi mi hanno riparato
    E risparmiato la vergogna
    Di trovarmi lì, insieme a un prete.
    Ma i preti non si fanno domande.
    I preti agiscono spudorati:
    Godono dell'immunità popolare,
    Che sa, ma che non vuol sapere.
    Parte del mio seme, di sicuro,
    L'Adige ha trasportato:
    Sarà mai nato qualcosa di buono (!?)
    Che del resto non mi ha mai importato;
    Né da uomo né da figlio trascurato.
    Da scaligero ho fatto la mia parte.
    Come un soldato ho difeso la mia città.
    Poi, nella tua corrente,
    I miei sogni sono naufragati.
    Bella Verona, dalla tetta che luccica
    E i maschi che ti palpano,
    Immaginando forse altre rotondità: chissà (!?)
    Non ti sei accorta di me,
    Per quanto io ti abbia amata,
    Che ancora sono qui
    E penso a te: Vecchia e Arida Signora!
    Sempre un po' puttana: di classe, per carità!
    Ti ho studiata e raccontata.
    Ti ho disegnata, dipinta e plasmata.
    In Accademia sono entrato sognando
    Il mio futuro accanto a te.
    E avrei voluto sul tuo capo una corona,
    Di carta dorata, di quella carta
    Che mi regalava Luciano Beretta,
    Ma disegnata e ritagliata da me.
    Con i pennarelli indelebili l'avrei resa regale,
    Apposta per te: sborona città!
    Su questa carta dorata ti ho disegnato,
    In lungo e in largo ti ho omaggiato,
    Che perfino mia nonna, Santa Maria,
    Ha lasciato due righe per me.
    Grazie, Luciano; non ti dimenticherò!
    Ho esaltato il tuo nome
    Sopra altre e più blasonate Donne di Città.
    Tu, però, non ti sei accorta di me.
    E ora, che sono stanco, ma ancora in forma,
    Non so più se vorrò stare
    Qui con te: presuntuosa città!
    La mia nonna, Santa Maria,
    Ti avrebbe dato della siveta.
    La tua bellezza ti ha
    Resa cinica e antipatica
    Agli occhi della mia purezza.
    Da te mai amato: quanta tristezza!
    No, non proprio le doti migliori
    Per una città che altre
    Non teme, fuori dalle sue mura.
    Ma questa è solo una commedia,
    Scritta per omaggiare la tua vanità,
    Mia bella Verona!
    Mi rincresce dirlo: quanto sei stronza!
    E quanto sei finita finta, ora, e straniera.
    Invecchiata e male truccata, da risultare
    Financo patetica agli occhi di chi
    Ancora ti racconta, con amore e franchezza!
    Ora, che di rughe simili a crepe
    Mostri il tuo volto male restaurato,
    La mia decisione è presa:
    Non so più se domani vorrò stare con te.
    Te lo dico con dolore e franchezza!
    Da morto non vorrei
    farmi trovare ancora qua.
    Se un Dio mi vorrà accontentare,
    All'ombra di un'altra storia
    Vorrei lasciare in eredità le mie ossa.

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    Verona, 11 agosto 2026

    Così si diventa quando si nasce bastardo e si cresce da selvaggio!

    Una vita mandata in mille pezzi e che da tempo, Mauro Pavan, cerca di ricucire nel migliore dei suoi modi, cercando di rimanere fedele il più possibile a sé stesso. Cercando di non cadere nella trappola di una retorica elitaria e ipocrita; di rimanere sempre autentico e di fare fino in fondo il suo mestiere di “artista del suo tempo”, con la massima sincerità e nel rispetto delle sue idee e principi; mettendo nero su bianco le molteplici verità della sua vita: non sempre esaltante. Mauro Pavan è così, e se non vi piace, tornate pure a dormire sonni tranquilli sognando altri mondi al di fuori di questo.

    A seguire potete immergervi nel mondo di Mauro Pavan, un mondo autentico, reale, dove non manca nulla e dove le verità delle mille vite sue, non troveranno posto per nascondersi dentro un confessionale o per travestimenti ingannevoli che raccontano solo di vite sotto forma di fiabe. No, Mauro Pavan è ormai un uomo e un artista adulto, a lui piace andare dritto al sodo, senza fare sconti a nessuno, meno che meno a sé stesso.

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    Verona, 10 agosto 2026

    L'eredità

    Non è solo quella materna l'eredità più importante da trasmettere a un figlio, è necessaria anche quella di un padre affinché un figlio cresca e cammini in equilibrio sulla corda della vita. Se hai una madre ubriaca, non succhiare dal suo seno, succhia piuttosto dalla minchia dell'uomo che l'ha resa tale: non sempre padre; non sempre uomo; ma pur sempre portatore di eredità!
    La minchia non è altro che un capezzolo più grande; da entrambi si succhia e con entrambi si cresce e si cammina in equilibrio sulla corda della vita.
    Ma se per sfortuna ti capita da piccolo di succhiare da una parte sola, allora l'altra te la vai a cercare per conto tuo da grande, perché ne senti il bisogno - istinto naturale -, ma anche per il piacere – eccellenza della natura -, di un capezzolo o di una minchia da succhiare.
    Infatti, superati gli esami di maturità, farai la tua scelta. Ti sceglierai la corda tua e, su quella corda, percorrerai la tua vita: l'equilibrio te lo dovrai trovare da solo, in base al tuo peso, di corpo e di cervello, alla tua determinazione di farcela e, nonostante i venti, le tempeste e gli imbecilli che ti vorranno veder cadere, camminando comunque in equilibrio per la tua strada.
    Non importa alla natura cosa vorrai succhiare, alla natura di questo non importa proprio un bel niente. Deve piuttosto importare a te stesso, succhiando quel che ti pare, restando in equilibrio con la tua vita e nell'ambito di una convivenza che mantenga in equilibrio anche le esigenze di tutti; che il tuo equilibrio non sia di squilibrio per gli altri.
    Finché non riusciremo a camminare ciascuno in equilibrio sulle proprie corde, senza provare il perverso piacere di far cadere l'altro, ci sarà sempre una sola corda e tanti imbecilli che proveranno piacere nel fare cadere altri.
    Se hai una madre ubriaca, non succhiare dal suo seno, succhia piuttosto dalla minchia dell'uomo che l'ha resa tale: lì troverai il tuo equilibrio (!?)

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    Verona, 06 agosto 2026

    L'ultimo esame

    Non posso più amarti come mamma,
    non era così che doveva andare la storia.
    Essenza fragile: le tue cicatrici io rispetto.

    Ogni attenzione e cura è per te,
    e finché sei in vita io ti onorerò.
    Non ti farò mancare la mia presenza, di uomo!

    Io non scappo, ti capisco, ma non approvo.
    Cercherò di regalarti sempre belle illusioni,
    con tanti flash e trucchi ancora chic.

    Potrai dire sempre la tua, finché sarai di qua,
    ma non ti prometto il mio interesse di figlio
    quando andrai di là, dove io so.

    Come un Oreste mi vendicherò.
    Glielo devo al povero “Pino” Pavan,
    che tanto ti implorò per dare a suo figlio

    Mauro, cura e amore che non hai saputo dare.
    Lui sarebbe morto per me: tu no!
    La tua prova d'esame è stata bocciata.

    La vergogna come merito, ti porterai di là.
    Il tuo fuggire via resta come onta di una moglie spergiura.
    Non pagherai con il sangue, ma con l'oblio.

    L'indifferenza che provo, ancora mi addolora,
    ma ha messo fine a questa storia.
    Dove io so, lo voglia anche mio papà.

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    Verona, 05 agosto 2026

    Storia e ponti della mia città

    Affacciato dal ponte di Pietra
    Vedo riflessa la storia che scorre
    Col sole che ancora non si corica
    E vorrei farne parte lì dentro
    Tanto mi scottano le membra
    Che non trovo frescura e ristoro
    In questo inferno dantesco 2026
    Mentre il suono-frastuono dell'acqua
    Cavalca con rinnovato vigore
    Storiche pietre in su con l'età
    L'insieme genera bellezza e conforto:
    Ma quanto è bella la mia città(!?)
    Solo Verona eccita la mia carne
    Ogni volta che esco a farle visita
    Malgrado questo inferno, quando mi va.

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    Verona, 04 agosto 2026

    Un ricordo pisellino

    Il letto della mia infanzia, ricordo,
    era fatto con stecche di legno
    dipinte di verde acqua,
    tipo verde pisello, un colore
    buono per il maschio e per la femmina;
    un colore buono per tutti: così si fa!.
    Dentro quel letto hanno preso corpo
    i sogni della mia inquietudine;
    di maschio e di femmina: già!
    Fuori maschio e dentro... (!?);
    che proprio non si sa, con quel colore là.
    Io sono speciale per la mia ambiguità:
    ben inteso, quando serve e mi va!
    Un rombo di legno che ruotava sopra la testa
    con l'immagine di una madonna,
    vestita di argento e con il timbro di garanzia.
    Un rombo che mi divertivo a far girare
    come una trottola: povera madonna (!?)
    In quel letto mi sono formato,
    come la natura ha voluto: da lì in poi, l'inferno!
    In vacanza ho visto il purgatorio;
    in paradiso so che ci vanno solo i santi.
    Non dondolava il mio letto,
    un po' spartano e un po' ateniese;
    era armonioso, ma rigido come un baccalà.
    Di quel letto non so più niente,
    è probabile che sia finito all'infermo,
    insieme a me, nonostante il colore pisello
    l'abbia amato e usato solo in su con l'età.
    Cosi finisce certa gioventù: bruciata!
    Quando ti si obbliga a dormire tra stecche di legno,
    madonne che girano a mille,
    trombette dal suono un po' da deficiente
    e colori troppo diluiti già in tenera età.
    Non chiedetevi poi l'effetto che fa
    quando si cresce andando su con l'età.

    Qualsiasi cosa si faccia fuori dall'ordinario, o sei patentato per farla, o sei un cretino.

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    Verona, 15 luglio 2026

    Vaffanculo!

    E' un dato di fatto:
    Io penso
    E quello che penso
    Lo metto nero su bianco.
    E' un problema per te?
    No! Però...
    Bene!
    Non sei d'accordo
    Su quello che penso e scrivo?
    Si! Però...
    Non importa, va bene, ci sta!
    Quindi?
    Anche tu vuoi pensare
    E poi mettere per iscritto
    Ciò che pensi?
    No! Non mi va.
    Non importa, va bene, ci sta!
    Quindi?
    Vuoi continuare a rompermi
    I coglioni senza il coraggio
    Di esprimere il tuo pensiero?
    Sì! Ne ho facoltà!
    Non importa, va bene, ci sta!
    Allora senti, deficiente,
    Ci sta pure che ti mandi a fare in culo;
    Questo lo capisci?
    No, perché?
    Non importa, anche questo ci sta!
    Allora senti, vaffanculo, va!...

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    Verona, 22 luglio 2026

    Per senso del dovere

    A ciascuno la sua croce (!?)
    mi vien detto.
    Ma una croce non pesa mai quanto l'altra,
    e quando è troppo è troppo!
    Domenica 22 agosto 2021,
    la borsa per il lago è quasi pronta.
    Ore nove del mattino: una telefonata
    Una richiesta di aiuto: da manuale, brava!
    La telefonata che aspettavo da anni,
    non potevo immaginare.
    Mi sono precipitato: non convinto, da estraneo.
    A) Dalla nave sono sbarcato da solo.
    R) Dalla nave siamo sbarcati in due.
    Avevo preparato tutto,
    non mancava nulla:
    anche il sesso ha avuto il suo peso (...)
    Tale madre, tale figlio, mi è stato detto.
    Anche a questo mi sono piegato;
    volevo fare bella figura.
    Si, quale è il problema?
    Tutto per dimostrare... a chi poi?...
    Non saprei per cos'altro (!?)
    Che roba, gente, che vita!...
    Tutto per riempire un vuoto;
    per raccontare il mio: Anch'io ho fatto (!?)
    Tutto per non essere da meno;
    per sentirmi uguale... a chi poi?...
    Tutto per acquietare la mia coscienza;
    per sentirmi dire: Bravo, Mauro!
    Tutto per... non so per cos'altro;
    forse per le scene e i costumi di teatro.
    Tutto per... non so per cos'altro;
    niente per amore di “figliolo”: per carità!
    Tutto per... non saprei per cos'altro;
    niente che mi abbia convinto
    che tu sia stata una vera madre.
    Ma so che ci hai provato (!?)
    Tu volevi un uomo, non un figlio (!?)
    Madre o amante (?) Io ero altro, già, altro!
    Comunque mi sono impegnato.
    Oggi resta solo la triste consapevolezza
    di aver partecipato a una commedia,
    senza giudici né foto sui giornali: Confidenze 1960, e basta.
    Gestita con lucida spontaneità da entrambi,
    che meglio non poteva venire.
    Dove io ho ingannato te: Enrica (!?)
    Dove tu hai ingannato me: Mauro (!?)
    Abbiamo recitato la nostra parte al meglio: ma (!?)...
    tu quella di madre, io quella di figlio;
    e non sempre con Lode: diciamolo!
    Cuore e Dovere non si incontrano mai;
    così è uscita la nostra Opera Omnia;
    pubblicata da me e pagata da te.
    La maschera inganna: viva la maschera!
    Ero altro, con altri, mai figlio per te.
    La maschera aiuta: viva la maschera!
    Quando tutto sarà cenere, senza arte né parte,
    una nuova luce si accenderà in quel blu di oltremare,
    dipinto per te, nel cielo di Corné.
    Ora basta! Tanto ti dovevo (...)
    Oggi mi sento meglio, più leggero;
    ma sempre altro da (Voi).
    Comunque uomo vero, malgrado (Voi).
    E ancora non mi è chiaro il perché;
    che la tua presenza oggi non mi basta;
    di nuovo (Io) con me, mai con (Te).
    Povera donna, o quel che resta di te: e povero me!
    Non sarà la tua carne di madre a mancarmi,
    che ancora non riesco a baciare la tua carne.
    Ogni volta la recita si replica.
    Ogni volta mi chiedo perché.
    Ogni volta mi rispondo che è per senso del dovere
    che ancora resta forte e saldo, dentro in me.
    Resta forte e saldo l'odore del tuo sangue,
    della tua carne viva e fresca, che lasciavi là,
    davanti a me, incurante dei miei shock (!)
    Ogni volta penso a quand'ero piccolo;
    quando dietro le vetrate aspettavo te;
    quando vedevo le altre mamme,
    ma restava il vuoto davanti a me: già, altri shock (!)
    Questo non permetto che oggi accada a te.
    Ora sono io tua madre, tuo padre e tuo marito: mai tuo figlio.
    Già, più di questo non saprei;
    più di questo non riesco.
    Se il copione mi chiede altro,
    non prometto nulla più di questo.
    Tanto basta, ormai, ti prometto però
    la tua foto nella Cappella di Corné: “il paese più bello che c'è”.
    Troppo ho pianto per te
    che ormai non potrò più né dare né avere per te.
    Mi lascerai un fardello anche dall'aldilà,
    che già di troppo mi hai caricato di qua.
    Ma era necessario raccontarmi
    da chi e in che modo sei stata “sverginata”?
    Dio mio, Nooo!
    Ci mancava anche questa figurina
    nell'album nostro di famiglia: comprato a Iesolo
    la prima volta che andasti con i Sonzio, tanti anni fa.
    La tua ingenuità selvaggia ti ha salvato.
    A questo mi sono aggrappato e per questo sono qua.
    Ed è per questa pirandelliana tiritera
    che riuscirò a far scrivere nel copione
    il tuo perenne ricordo di fanciulla “corneota” e “busola”;
    su e giù per le montagne di Corné, e dintorni:
    Marinel, Praa, Fraine, el Mont, el pont del diaol...
    “L'Enrica”, “la Rica” o “la Richeta”,
    a girare le zuppe tedesche nella cucina della Wella.
    Tirata dalla vita un po' di qua e un po' di là,
    che tanto hai recitato in lungo e in largo
    la parte della donna bionda e bella:
    da tutti conosciuta come la “vedova Pavan”.
    Ma la parola “mamma” te la scordi;
    quella no, proprio non mi va!
    Quanto avrei voluto scrivere ancora di te,
    come Pier Paolo ha scritto di sua Madre Susanna.
    Ma tant'è; non è merito di Pier Paolo né demerito di Mauro Pio;
    la parola mamma è sacra: quando la mamma c'è!
    Sono le madri di questo mondo poco naturale
    a partorire figli con nature diversificate.
    La Natura non è mai certificato di garanzia
    e i figli non hanno mai colpa delle loro diversità.
    Loro arrivano e non sempre si dice come:
    così prosperano nell'ipocrisia, i “basa banchi de cesa”.
    La mamma non è sempre icona di santità:
    Cornè, Marengo, Pila, Grole, Castiglione,
    Verona, Portoferraio e poi... eccoti quà!
    Così si è consumata la nostra storia,
    tra un trallallero e un trallallà: poche e tristi le felicità!
    Una madre e un figlio con ruoli mai chiariti
    e un palcoscenico sempre pronto a vederci
    come attori smarriti e poco naturali: artisti di strada.
    Maschere sì (!), ma con la tristezza di un Pierrot,
    dipinta sui nostri volti con la lacrima un po' chic.
    Noi, solo (R)oba buona per veri intenditori...
    Un grazie anche a Padre Pio (per quel cotone benedetto).
    Santo sì (!?), ma uomo strambo quanto noi.
    Figlia del Celestino Dossi “busol” e Maria Cazzanelli;
    mi raccomando: si deve sempre dire di Corné.
    Se proprio serve: di Brentonico ci sta.
    Il suo nome di battesimo è Enrichetta;
    Mauro Pio Dossi e poi Pavan (in onore di Padre Pio):
    così' sono nato io, nella casa della vergogna,
    di fronte all'Istituto Salesiano Don Bosco: Pietà!
    Il cotone benedetto lo portò a Verona
    Mamma Silvia, direttamente da Pietrelcina,
    e a detta Loro, mi salvò la vita.
    Enrichetta e Mauro Pio: ancora presenti, sì, ancora qua.
    Sempre un po' così così, diversificati q. b.
    Protagonisti di una festa in maschera
    dove il rossetto, il profumo, la permanente
    e qualche lacrima un po' chic,
    hanno reso unica questa commedia recitata con tanti shock.

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    Verona, domenica 31 maggio 2026

    Dice la Chiesa

    Dice la Chiesa: “...a proposito dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, non è un atto di accusa contro l’intelligenza artificiale. È qualcosa di molto più profondo: una difesa dell’umano in un tempo che rischia di dimenticare cosa significhi esserlo”.
    Io dico che il vero rischio non è che le macchine possano arrivare a pensare, togliendo all'uomo la possibilità di dimenticare cosa significhi essere uomo, essere uomo in questo contesto storico e sociale di oggi, giugno 2026 d.C., perché questo rischio è già una certezza. Il problema che si prospetta, per la Chiesa è, casomai, che gli uomini, per contrapposizione, finalmente, ben organizzata, pianificata e univoca – non ci sono alternative contro l'intelligenza artificiale -, inizino a farlo. Inizino, il genere umano tutto, a pensare con la propria testa, vuoi per non dimenticare cosa significhi essere uomo-umano, vuoi per darsi una svegliata e capire, finalmente, l'inutilità di continuare a essere uomo-pecora.
    Alla Chiesa brucia il culo e la sedia traballa parlando di “IA”, per questo ci costruiranno intorno una miriade di raccomandazioni fasulle e ben confezionate – per esempio sostituendo uomo con umano - con l'intento ultimo di creare una barriera invalicabile tra l'uso – si dirà pericoloso – di una ragione scientifica che potrebbe portare l'uomo a prendere perfino “troppa” consapevolezza di sé, al punto tale da tornare a parlare di demonio, di inferno, del male assoluto, di maledizioni e di una apocalisse che, per ora - sono millenni che se ne parla -, ancora non si è vista.
    Cara Chiesa, l'uomo non ha bisogno di essere difeso né da “Voi” né da sé stesso. L'uomo, casomai, ha bisogno di essere liberato da “Voi” e, di conseguenza, si libererà anche da sé stesso. Per questo io confido nell'aiuto “dell'IA”, e spero con tutto me stesso – “auspico”, lo dicono troppo spesso tutti Papi, in ogni occasione, e questo mi ha reso refrattario all'uso di questo verbo – che ciò accada il prima possibile.
    Ci racconteranno che mai come oggi, visti i tanti accessi immediati alle connessioni e alle informazioni l'uomo si sente solo e disorientato; che non nego essere un ipotetico guaio. Ma anche qui il guaio sta più nel fatto che non vogliamo quello che ciò comporta e comporterà di buono per il futuro, anziché chiuderci a riccio ancor prima che il nemico si avvicini per farci, secondo madre Chiesa, sempre e solo del male.
    Ci racconteranno che ci sarà il rischio di confondere il progresso tecnologico con il progresso umano, rischiando di dimenticare così il senso profondo delle cose.
    Ci racconteranno che finiremo per delegare le macchine non solo fare i calcoli e certi lavori al posto nostro, ma che l'uomo rischia la capacità del discernimento, del pensiero critico, di valutare “correttamente” ciò che è bene o ciò che è male.
    Ci obbligheranno a chiederci non di valutare se rischiamo che le macchine diventino troppo intelligenti, ma se rischiamo che gli uomini smettano di essere intelligenti. Il verbo “obbligare” ha sempre prevalso sul verbo chiedere o suggerire; obbligando ti costringo e mi salvo, se ti chiedo ti lascio libero di non fare, e questo io, Chiesa, non te lo permetto, perché io Chiesa, in primis, non me lo posso permettere.
    Ci faranno credere che l'intelligenza artificiale nasce per colmare il vuoto già segnato da una società da troppo tempo malata – il senso di colpa per la Chiesa è sempre il colpo finale più efficace da usare in casi estremi e disperati, come questo – e che invece di andare avanti, l'uomo dovrebbe fermarsi per riflettere e riprendere in mano la capacità che ha sempre avuto – già, ci diranno che ha sempre avuto finora, e poi di quali uomini stiamo parlando? - di saper reagire in maniera autonoma e indipendentemente, appunto, come fatto finora - ???, ma per carità! - dimostrando capacità di ragionamento e gestione della propria vita in maniera del tutto libera e “timorata” di Dio – l'accezione negativa, per la Chiesa va sempre intesa in maniera positiva -.
    Dio lo si deve amare e temere allo stesso tempo, questo è! Questo è davvero un concetto biblico-letterario molto primitivo, molto rupestre, molto da capo villaggio: qui nasce il patriarcato.
    Ci racconteranno che l'enciclica Magnifica Humanitas, non è stata scritta contro “l'IA”, ma per l'uomo che rischia di confondere il progresso tecnologico a scapito del progresso proprio dell'uomo, il progresso umano. E' già, perché finora alla Chiesa il progresso umano, mi viene meglio definirlo dell'uomo – in quanto meno ipocrita – è stato messo alla base di ogni insegnamento teologico? Oppure è vero il contrario, vale a dire che l'indottrinamento teologico fin qui tramandato ha sempre voluto l'uomo essere rassegnato a interessi, più che a disegni, di fede che hanno ingaggiato l'uomo come attore, mai protagonista però, ma sempre comparsa in commedie – perché anche il tragico si trasforma in commedia ad un certo punto - dove i protagonisti non sono mai state macchine tecnologicamente avanzate, ma fantomatici personaggi di cui l'uomo si è sempre e solo dovuto fidare e affidare. Tutto questo sulla base di una fiducia incondizionata, meglio definita “fede”, appunto, che ha tenuto l'uomo schiacciato, messo all'angolo, in una sorta di cul de sac in cui l'uomo – meglio non umano - con la sua carenza cognitiva, così voluta e tenuta tale dalla stessa Chiesa cattolica per evidenti motivi e finalità e per meri interessi di bottega, ha lottato fino all'ultima goccia di sangue. In che modo? Politica, economia e prestigio – gli interessi di bottega validi ancora oggi – che definisco, senza tante inutili parole e interpretazioni filosofico-teologiche, come speculativi. Si specula sulle anime degli uomini, facendoli sentire in colpa per le loro agognate e legittime libertà. Tutte le libertà insite nella natura, la natura quella vera, quella naturale, non la natura biblica, primo esempio di manipolazione artificiale dei tanto cari valori dell'uomo-umano – primo esempio di manipolazione genetica sull'uomo -, escogitata e scritta a più mani – diamo per buona la prima – mille anni prima e messa in commercio fin da subito, una volta trovata la quadra, dalla neonata Chiesa imperiale del IV secolo d. C.
    Quanto poi alla domanda finale che la Chiesa si pone, come ultimo tentativo di rimescolare le carte in tavola, che è quella di chiedersi se l'intelligenza artificiale non possa togliere all'uomo la capacità di continuare a essere ed esistere in quanto essere intelligente – questo perché si vuole insinuare che “l'IA” possa diventare più intelligente dell'uomo stesso (?) -, beh, credo che questa domanda, a mio avviso molto ipocrita e sfacciatamente farlocca, abbia da ma già avuto le risposte che si merita.
    Ed ecco che l'epilogo di questa ipocrisia cattolica si consuma affondando mortalmente il pugnale direttamente nella testa dell'uomo che tanto starebbe a cuore alla Chiesa stessa. Cioè, si vuole diffondere l'idea - una vera e propria insinuazione sottile espressa come sempre con ambiguità letterarie di variegata traduzione e interpretazione - che essendo l'uomo l'espressione di un sistema, di una società con stili di vita già segnati negativamente e in maniera irreversibile, senza possibilità di ritorno e perdono – concetto quasi inconfutabile e vero quasi del tutto, ma visto in senso allargato e non più solo socio-teologico –, anche l'intelligenza artificiale ne potrebbe essere compromessa, diffondendosi nelle società già malate come nuovo simbolo del male che, se non è oggi lo sarà domani, diventerà, forza maggiore, il nuovo male assoluto dal quale stare lontani se non da combattere con ogni forza, forma e cattiveria di cui abbiamo già tanta memoria storica. Della serie, si trova subito il capro espiatorio, il nemico – “l'IA” - e così ci si mette al riparo fin da subito eliminando alla radice il pericolo di un rigurgito “cattolico-rivoluzionario” dell'essere umano per essere diventato troppo, a forza di dai e dai, troppo umanizzato per davvero. Qui da me, inteso come non troppo, ma sempre troppo poco, e comunque più libero e cosciente della propria libertà e autonomia di pensiero e di giudizio critico, svincolato da tutto e da tutti una volta per tutte.
    Sempre all'interno di questo complicato epilogo che si pone come obiettivo di contrastare il senso, quasi fosse di disperazione, papalino-vaticanista dell'enciclica di Leone XIV, che contiene, forza maggiore, una sua volontà e finalità cristologico-epistemologica, per cui la Chiesa si sta già attrezzando per contrastare e combattere - emergeranno in futuro altre interessanti riflessioni da prendere in considerazione - tout court, anche la sola possibilità per l'uomo di essere liberato dai mille lacci e laccioli, talmente ingarbugliati tra loro e creati dalle loro stesse mani – le mani di una Chiesa cattolica che più teatralmente di così non poteva mettere in scena – e che ora non sa più a quali santi e madonne appellarsi per uscirne fuori. Perché di una cosa dobbiamo essere certi, la Chiesa non mollerà l'osso facilmente.
    Fintanto che la Chiesa riuscirà a esercitare il suo potere per niente divino, ma molto con vino, tra finanza, politica e mafia – q. b. - tenendo ancora duro per un altro poco (?), fintanto che l'asse portante di questa sovrastruttura, nemmeno più tanto piramidale, ma forse più sferoidale ormai, e per questo sempre più ingestibile e sfuggevole alla giustizia umana della quale tanto sta a cuore l'autonomia e la libertà di pensiero, non imploderà su se stessa con conseguenze catastrofiche.
    E mentre noi discutiamo, ragioniamo e riflettiamo dicendo liberamente la nostra a dimostrazione che certi uomini – tanti di noi - sono ancora nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, liberi di esprimersi liberamente e per questo sempre molto umani, forse perché laici, la Chiesa di Roma entra in contrasto con la “Chiesa” lefebvriana decretando in questo modo, vista la linea dura e pura presa dai vescovi lefebvriani – i quali, poracci, una discendenza se la devono pur garantire - non disponibili al dialogo e a posare le armi di una ortodossia ante-conciliare, uno scisma bello e buono che ci mancava proprio. Tra una guerra e l'altra, tra un auspicare e l'altro, tra un mettere l'uomo in guardia dall'IA, arriva l'ennesima pagliacciata ecclesiastica di due modi – magari fossero solo due - contrastanti di vedere, considerare e interpretare e dove, se da una parte non c'è niente da interpretare ma solo da eseguire, dall'altra tutto da rifare per riportare tutto alle origini (?); l'ultimo atto di una commedia che ora sta davvero rasentando il grottesco.
    Per questo io dico e ribadisco che non vedo l'ora che l'intelligenza artificiale, quella “buona e laica”, quella “sana di mente”, prevalga davvero e definitivamente sull'intelligenza poco umana e tanto farlocca, su quella cattiva, sponsorizzata della Chiesa e che ha fatto dell'ipocrisia la sua base terrestre di comando politico-economico-religioso, e tutto per contrastare la libertà genuina, frutto di conoscenza certa e certificata, del singolo individuo. Libertà per l'essere umano nell'agire umanamente e che adesso tanto si presta, con ogni mezzo e con la prima di tante altre encicliche papali che verranno sfornate prossimamente, per essere combattuta e contrastata con ogni mezzo nel nome della salvaguardia di una fragilità umana che da sola non può essere e non può esistere liberamente se non sotto il controllo, il comando di una volontà spacciata per troppi secoli superiore e divina: quella dell'impero papale. Prima l'uomo tornerà a rivivere il suo tecnologico umanesimo, prima ci toglieremo di torno definitivamente, lo spero vivamente – a tutti è concesso di sognare –, il potere assoluto di una Chiesa che ora combatte con le encicliche papali, più subdole e devastanti delle spade sporche di sangue, perché colpiscono direttamente al cervello e non più al cuore degli uomini.
    In questi giorni si festeggia l'anniversario per il centenario della nascita del Nobel per la letteratura, Dario Fo. Pur non avendo mai avuto tanta simpatia per il suo genere – siamo sempre lì, se non ci si applica non ci si arriva -, oggi, sempre meglio tardi che mai, ho fatto uno sforzo in più per capirlo meglio: ho visto in Dario Fo la verità sincera e genuina che un vero artista ha il compito di portare avanti, fino in fondo, costi il proprio sangue, fino alla morte. Questo fa di Dario Fo un vero artista e devo dire che ho capito il motivo di quel Premio, un Premio che è venuto dal Nord, la latitudine che meglio si presta con coraggio a contrastare il potere assoluto della Chiesa di Roma, e che mai sarebbe potuto venire da Sud. Un uomo, Dario Fo, in anticipo su tutti, prova ne è questo ridicolo e anacronistico bailame di beghe di una bottega cattolico-carnevalesca. Lo dico con onore e riverenza, di certo in totale condivisone, anzi, da parte mia con più rabbia e molta meno ironia di quella magistralmente espressa da Dario. Lui, un artista giullare, io, un artista incazzato nero. Io, un povero cristo qualsiasi che non si rassegna a indignarsi tout court per il tanto di schifo e di unitile messa in scena, nonché dannoso e criminale baratro, sul crinale del quale questa Chiesa obbliga l'uomo a camminare. Lo dico non tanto per me, ma per tutti quegli uomini che la stessa Chiesa dice di voler proteggere e che in realtà vuole perennemente sottomessi, schiavizzati da una ideologia religiosa e, in base a chi più si spende per i nuovi flussi migratori – bacino elettorale per nuovi uomini e donne da usare come menti da indottrinare e poi “proteggere” –, anche politica. I viaggi nelle zone di guerra, al netto di ogni predicare, per questi Papi non sono mai il momento giusto. Ci raccontano che devono preparare per bene questi incontri, che si aspetta il momento giusto e che devono tutelare la loro persona; non sia mai!...
    Adesso vi è chiaro cosa significa la parola ipocrisia?
    Magnifica Humanitas, questo il tema svolto dall'ultimo Papa Leone XIV, un tema non scelto a caso, ma scelto perché teme, e con lui tutta la Chiesa che conta - quella porporata per capirsi, quella ben stipendiata e ben alloggiata per capirsi -, per il suo trono, un trono e un potere per i quali, grazie all'intelligenza artificiale, si potrebbe finalmente scrivere la parola fine.
    E ancora, cita l'enciclica: “il progresso ha senso soltanto se continua a mettere al centro l’uomo, la sua dignità e la sua irripetibile umanità”.
    Io, con tutto il rispetto, ma con altrettanta forza e una incontenibile incazzatura dico, che al di là di tutto e prima di tutto, l'uomo deve essere lasciato libero, libero di pensare e di agire con la propria testa e senza essere condizionato sotto qualsiasi forma o intenzione, men che meno di essere indottrinato dalla/e religioni. Le religioni che calpestano la dignità dell'uomo in quanto lo vogliono a loro, fisicamente e spiritualmente – che poi fa rima con moralmente -, sottomesso. L'uomo va aiutato a crescere e a vivere da uomo libero, mai come carne da soggiogare per le vanità di altri uomini che si credono superiori. A questo ci si deve ribellare, pacificamente, fintanto che il pacifismo possa ancora essere foriero di umana e onesta “Magnifica Humanitas”, altrimenti che Dio ce la mandi buona e ci perdoni per ciò che potrebbe accadere diversamente.
    Anch'io ho diritto alla mia battuta da giullare, o no?

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